Una diabolica storia di chat

giugno 11th, 2011 § Lascia un commento

Tempo fa salii su in solaio dove tengo il quadro e, mentre ero intento a guardare quanto fossero corrotti e degenerati l’espressione e l’aspetto del soggetto in esso raffigurato, un’orribile zaffata dall’inconfondibile odore di zolfo colpì violentemente le mie narici. Quella visita poco gradita non era del tutto inaspettata perché erano da poco cambiate le regole e ora, trascorso il periodo di adattamento iniziale di circa due secoli, i contratti andavano rinnovati con scadenza annuale. Anche un’azienda super solida e tradizionalista come la INFERI S.p.A. si era dovuta adeguare al cambiamento dovuto alla globalizzazione considerando anche che nei periodi di recessione i rischi d’insolvenza aumentano esponenzialmente. L’amministratore delegato Satan Ass era corso ai ripari e aveva disposto che alla scadenza annuale un incaricato andasse dal cliente per rifare il contrattino. In fin dei conti non era che una semplice formalità, ma necessaria per tenere sotto controllo la situazione nei gironi, che già erano incasinati di loro.
Scalpitando con gli zoccoli sul lastricato e sputacchiando alcune scintille che gli erano indebitamente rimaste in gola, il solito demonio, l’amico Asmodeo, mi si parò davanti trafelato spetazzando mefitiche esalazioni e dopo avermi salutato fin troppo calorosamente, si soffermò anche lui ad osservare il dipinto.
“Ammazza che zozzeria! Guarda che razza di bruttura rivoltante saresti adesso se non avessimo fatto il nostro patto!”
Nei doveri dei diavoli, per quanto ne so, non rientra l’ironia. Avrei volentieri fatto a meno di questo suo sarcasmo “satanico”. Anche perché aveva perfettamente ragione, il tizio raffigurato sulla tela stava diventando veramente inguardabile. E dire che era il mio di ritratto! Non avessi venduto l’anima al diavolo sarei diventato proprio una vera schifezza d’uomo.
 “Lascia perdere – risposi –. Non occorre che tu faccia pubblicità al tuo fottutissimo prodotto. Non dimenticare che sono stato io a chiamarvi”.
 “Già, già, scusa, ma m’è scappata. Sai, ci sono molti pentiti ultimamente e il più delle volte cerco di sdrammatizzare un po’ con questa gente che vorrebbe tornare indietro. Poveri illusi!”
Passammo quindi ai convenevoli: come va e come non va, come sta la signora, dentro quale vulcano pensavano di andare in ferie, eccetera, eccetera.
Esauriti anche questi preamboli il demone sfoderò un foglio e inforcò – ehm, proprio così –  un paio d’occhialini per leggere, non prima di essersi vigorosamente stropicciato i gialli occhietti dalla luce cattiva.
 “Quanto stramaledetto smog laggiù, porco diavolo! Non ci vedo quasi più ormai… Devi mettere la firmetta qua”. Disse, incurante dell’involontaria bestemmia, porgendomi una vecchia cannetta col pennino intinto in un impressionante liquido rosso cupo, ma che sapevo essere comunissimo sangue di gallina.
Avrebbe dovuto essere il mio di sangue, ma dopo l’avvento di certe micidiali malattie, tutti gli uomini si erano giustamente rifiutati di manipolare arnesi e utensili non sterilizzati e quindi, per snellire la procedura, si era convenuto di usare come inchiostro quello proveniente dagli allevamenti di gallinacei.
Tanto ormai uffici e laboratori erano talmente oberati di lavoro che nessuno avrebbe potuto controllare la natura del plasma. E neanche erano adeguatamente attrezzati per farlo.
Con la penna a mezz’aria, mi fermai e gli dissi a “bruciapelo”: “Aspetta un momento, prima di firmare il rinnovo avrei una richiesta da farti”.
Mi guardò genuinamente sorpreso, ma dalla mia espressione capì subito che non si trattava di un reclamo.
“Di che si tratta, se posso…”
“Vorrei cambiare – dissi, dopo aver riflettuto un momento –. Invece dell’eterna giovinezza, vorrei una prestazione diversa. So che è possibile. Almeno per una volta”.
 “Sei sicuro di quello che fai? Guarda che poi il ritratto si bloccherà così com’è ed ad invecchiare sarai tu”.
 “Ci ho pensato a lungo e ho deciso. La cosa che voglio in cambio è talmente morbosa e intrigante da fugare ogni mio dubbio e da non lasciarmi scelta”.
 “Va bé, come non detto. Ti conosco e so che sarebbe inutile insistere. Spara, vediamo se rientra nelle cose fattibili”.
 “E’ semplice, vorrei il cuore di una ragazza. Nel senso sentimentale – mi affrettai ad aggiungere visto i soggetti con cui stavo trattando -. Vorrei che s’innamorasse ad un punto tale di me da poterne abusare in tutti i modi, per tutti i versi e con tutti i sensi. Come puoi vedere è una richiesta altrettanto immorale e corrotta, quindi non fare storie e vedi di modificare le clausole”.
 “Ok, ok, calma. E chi ha detto niente?” Il suo tono era tra lo spazientito e il risentito. Sbuffò e una puzza mefitica m’investì acre e pesante.
“Ma cosa hai mangiato, pantegane putrefatte? – gli dissi, girandomi da un lato nauseato –. Cerca di non respirarmi proprio in faccia, cazzo!”
Non parve neppure accorgersi del mio gesto di disgusto e come niente fosse mi chiese: “E chi sarebbe la fortunata? Devo saperlo, per chiedere il nullaosta”.
 “Per la verità – risposi – Non so mica chi è, e neppure come si chiama. Non so nemmeno se esiste davvero”.
Prima che la sua espressione da stranita divenisse commmiserevole, aggiunsi:
“E’ una ragazza, –  o perlomeno spero che lo sia – , conosciuta in chat. Odiosa come una merda di cane attaccata alle suole, ma che con la sua mitomania mi ha sbirillato. La voglio tra le mani in carne e ossa per farle certi lavoretti che ho in mente…”
 “Capisco – la luce di compatimento non era del tutto svanita dal suo satanico sguardo – Devo sentire giù cosa dice il boss. Dammi tutti i dati che hai”.
Così dicendo estrasse un telefonino di modello antiquatissimo con tutte le cifre e le lucine rosso fuoco e digitò furtivamente, quasi temesse che individuassi il numero.
Sai quanto importava a me di conoscere il numero di telefono di Belzebù!
 “Passami il capo – grugnì al microfono e, subito dopo, – trattasi di una variazione di contratto per un vecchio cliente”.
Qualche istante d’attesa e poi riprese, con tono assai più deferente, spiegando, papale papale, la mia richiesta. Mentre parlava mi lanciava occhiatacce sbilenche.
 “In quale chat vi sentite e che nick usa?” Chiese girandosi verso di me.
Glielo dissi e lui ripeté il nome. Rimase qualche secondo all’ascolto e il suo orribile viso si atteggiò dapprima in un’espressione incredula, poi beffardamente ironica ed infine con un ghigno sgangherato scoppiò a ridere: “Davvero? Ah ah ah!”
La sua risata non aveva niente di mefistofelico, era gioiosa, allegra, oserei dire quasi solare. Molto strano.
Non era un comportamento normale, non abbastanza demoniaco, qualcosa non andava per il giusto verso, d’improvviso era calata un’atmosfera ridanciana, cameratesca, che ci stava come i cavoli a merenda in una situazione del genere.
Si girò di nuovo verso di me e mi chiese: “E’ per caso una schizzata che asserisce d’essere un’attrice, si compiace d’essere ancora una tenera bambina viziata e gay, e ha il malvezzo di riempire il monitor di parentesi e punti esclamativi?”
Nonostante il caldo infernale mi sentii raggelare. Era un identik perfetto. Incazzato nero risposi: “Sì, è lei”.
Scoppiò in un’altra risataccia sguaiata e stavolta m’imbestialii sul serio: “Ma che cazzo hai da ridere, idiota cornuto?”
Lui aveva nel frattempo chiusa la comunicazione e senza curarsi del mio sbotto mi disse, con una calma, questa sì, mefistofelica: “Se proprio lo vuoi, tecnicamente la cosa è possibile. Però c’è un piccolo problema”.
Ero fuori di me.
“Adesso cominciate anche voialtri caproni mancati a rompere, neanche fossi in fila all’Ufficio del Catasto. Cosa c’è che non va nella mia richiesta?”
Non capivo il perché di quella gratuita e grassa ilarità e mi sentivo frustrato.
 “La tua “amica” caro mio, è una nostra vecchia conoscenza. Ci ha procurato più clienti lei della campagna pubblicitaria del 2001 su DemonTV – e, con una voce diventata improvvisamente neutra, proseguì – Se la vuoi tutta per te in cambio dell’anima, devi metterti in lista d’attesa e per tua informazione sappi che la fila è lunghissima e ci sarà da aspettare qualche millennio”.
Riprese a sogghignare sardonicamente quando continuò, dicendo: “La gentile signorina ne ha rincoglionito una cifra esagerata di bambacioni come te. Vuoi entrare anche tu in questo gironcino di coglioncelli?”
A queste parole il sangue mi andò alla testa, soprattutto pensando alle interminabili ore passate davanti alla tastiera, col torcicollo che mi tormentava, a sparare melensaggini con la zoccoletta cibernetica. Non ci vidi più dal nervoso, gli strappai di mano carta e penna e, con gli occhi che mi schizzavano dalle orbite per la rabbia, scarabocchiai inferocito la mia firma sul contratto. Quello con le vecchie condizioni.
Fanculo Internet e tutte quelle fottute chat piene di fottutissime stronze! Non aprirò mai più un socialnetwork per tutta l’eternità. Parola di Dorian Gray!

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