Usul, il vecchio

dicembre 14th, 2011 § Lascia un commento

Il giovane vide i riflessi rossastri insanguinare le dune più a sinistra della sua direzione, deviò leggermente e qualche tempo dopo vide il fuoco. Una figura indistinguibile vi stava chinata sopra. Si avvicinò in silenzio, le membra indolenzite dal lungo cammino, la gola polverosa. Il vecchio non si voltò, ma dal lieve irrigidirsi delle sue spalle capì che l’aveva sentito.

“Vieni a sederti. Sarai stanco.” Disse. La sua voce rotolò nell’immenso silenzio che impregnava le cose. Trasalì, sorpreso di tanta indifferenza, gli parve quasi che lo stesse aspettando, come se avesse sempre saputo che stava per arrivare. Compì un piccolo semicerchio, gettò in terra lo zaino di montone ormai vuoto e si sedette. Il vecchio neppure alzò la testa e continuò a riempire la piccola pipa che teneva fra le mani.

“Sei arrivato giusto in tempo per accenderla” disse porgendogliela, togliendo ad un tempo uno stecco incandescente dalle braci. Mentre la prendeva il giovane notò le mani brune e vizze e tirando le prime boccate, vide che i suoi occhi neri e penetranti lo stavano fissando attraverso le volute del fumo; inspirò con forza e trattenne il respiro finché non sentì il calore entrargli nel sangue.

“Avrai sete”. Disse il vecchio alzandosi in maniera quasi solenne, recandosi alla pozza lì accanto da dove gli ritornò una ciotola d’acqua. Il giovane la prese passandogli la pipa e mentre beveva avidamente lavando la polvere dalla gola, lo guardò tirare con gli occhi socchiusi. “Sei tu Usul, il vecchio saggio?” Gli chiese sentendo la sua voce gorgogliare insicura. “Hai visto qualcun altro nei pressi per cui dubitarne?”. Fu la risposta. “Sei forse venuto fin qui per chiedermi chi sono?”. Aggiunse.

Il giovane si sentiva stranamente calmo e tranquillo, dolce. Immaginò fosse l’effetto del fumo. “Sono venuto perché tu mi indichi la via”. Disse, ricordando gli innumerevoli giorni di ricerca e il faticoso errare, chiedendo ai pastori di Colui-che-parlava-con-la-Luna, del vecchio che da tempo immemorabile vagava nel deserto. Lui lo fissò in silenzio, non gli chiese nulla, ma sentiva che il suo sguardo leggeva dentro il suo animo, captava le sue sensazioni, trovava le mille domande e dubbi che l’avevano spinto fin laggiù.

Poi, dopo un tempo imprecisabile, il vecchio parlò. Parlò di casa, di terre lontane e mari in tempesta. Parlò di famiglia, di figli, di amicizie sincere e di altre infide, di ricchezze e povertà, di emozioni, di odi e amori, di caldi corpi di donna e fredde solitudini, di immensi dolori, di esaltanti gioie. Il suo era un racconto. La storia di una vita, la storia della sua vita.

Improvvisamente tacque e si mise ad attizzare il fuoco. Il giovane lo guardò, confuso. Non aveva ancora avuto risposta. E non voleva adirarlo chiedendo di nuovo. Poi, memore delle fatiche per giungere fin lì, vinse il timore, si decise e domandò. “Allora dimmi, tu che hai avuto tutto questo, perché sei venuto quaggiù, oltre il grande Sietch e i palmeti dell’ovest, cosa mai ti ha spinto in queste terre desolate?” Neanche aveva finito di pronunciarle che sentì il peso delle sue stupide parole schiacciargli il cuore, e il silenzio che ne seguì sembrò ancor più cupo al secco crepitio della legna che ardeva.

Il vecchio lo fissò a lungo, i suoi occhi brillavano, infine si mosse, svuotò la pipa e la ripose in una sacca, radunando le sue poche cose. Il giovane capì che il colloquio era finito e si alzò. Lungo il profilo delle dune il cielo si stava schiarendo di rosa. Si sentiva ancora più confuso di quando era arrivato e la voce del vecchio lo colpì per il suo tono frizzante e deciso appena velato da benevola tolleranza. “Il cammino che ci attende è lungo e difficile, meglio affrettarci”.

Assorto, rimase immobile a guardarlo mentre spegneva il fuoco scalciandovi sopra sabbia e ancora mentre si chinava a riempire gli otri di acqua. Quel gesto gli fece capire di aver avuto la risposta che aspettava da tanto, troppo tempo. Raccolse lo zaino e un otre d’acqua e si girò verso la direzione da cui era venuto guardando l’orizzonte. Sulla sabbia vellutata le sue tracce erano scomparse, il dolce vento della notte aveva già cancellato le sue orme e sarebbe stato impossibile rifare lo stesso percorso in mezzo a quel mare vivo e ondulante, ma questo non lo spaventò. Adesso non più.

Si girò e vide il vecchio alle sue spalle, le rughe del viso distese nell’unico sorriso, gli occhi fiammeggianti. “Andiamo” disse, e scivolarono leggeri sulla sabbia danzante. 


Porci coi pedali

ottobre 22nd, 2011 § Lascia un commento

Ieri sera, chiudendo la porcilaia, mi sono accorto con costernazione che mancava uno dei miei preziosi animali, un roseo porcellotto dal carattere piuttosto vispo. Preoccupato, mi sono attardato a ripulire i truogoli, con la speranza di vederlo tornare, non sapendo dove andare a cercarlo. Fortunatamente di lì a poco l’ho visto arrivare, trafelato e con una luce di terrore negli occhi, il pelo rizzato dallo spavento, il codino a turacciolo innaturalmente dritto …ma la cosa più strana era che si stava trascinando appresso una bici a “zampa”.

Alle mie ansiose, ma anche stizzite domande, perchè mica é facile pensare che un porcello scappi in bicicletta, mi ha risposto così: ”Vedi Porcaro, io sono come tu sai un suino abbastanza informato ed ho quindi saputo degli investimenti e degli sforzi che l’amministrazione comunale ha fatto in questi anni per costruire, ammodernare e potenziare le piste ciclabili, sicuramente a discapito degli agiati possessori di mezzi motorizzati, smaccati simboli di status sociale, tanto rumorosi ed inquinanti quanto prepotentemente classisti, nel malcelato intento di favorire furbescamente la classe meno abbiente che, com’é risaputo, é da sempre il maggior serbatoio di voti. Così, avendo deciso di andare da Mayala, quella deliziosa porcellina un pò troia che abita dall’altra parte della città, mi son detto: ci vado in bici, mi sparo le mitiche piste ciclabili così sono tranquillo e faccio prima che col Porcobus. Non l’avessi mai fatto! Ad ogni pedalata ho visto la morte. Mai ho avuto tanta paura, neppure nei miei incubi peggiori quando già mi vedevo appeso a ganci nella vetrina di un salumaio, trasformato in salsicce e cotechini».

Fui costretto a interrompere questo flusso logorroico del linguacciuto porcello per dirgli: «Scusa un attimo, ma perché non hai circolato nelle piste ciclabili? Ne hanno giusto costruite di nuovissime!» Non mi lasciò finire: «Piste ciclabili? Ma di quali piste ciclabili stai cianciando Porcaro bello? A parte quelle di Viale Roma, praticamente inutilizzate perché solo ad un folle verrebbe in mente di avventurarvisi in bicicletta perché ad ogni incrocio si rischia di essere travolti, gli altri tratti sono praticamente impercorribili, tranne che nella mente contorta e onubliata dei progettisti. Troppo stretti e disagevoli, incompleti, mal asfaltati e celano insidie di ogni tipo. Progettati con colpevole approssimazione, senza la minima praticità, senza intelligenza logistica. Ti costringono, se vuoi arrivare da qualche parte pedalando, ad infrangere un numero incalcolabile di regole del Codice Stradale, viaggiare contromano, sui marciapiedi, sotto i portici e dentro i parcheggi dove spesso e volentieri si rimane intrappolati dalle transenne. Tentando un attraversamento urbano ho rischiato innumerevoli frontali con altri ciclisti, sono stato scartavetrato dalle portiere di automobilisti inferociti dalle interminabili code, incazzati perché in bici si passa e in macchina no, sbeffeggiato e affumicato da centinaia di irriverenti motorini strombazzanti, spostato lateralmente dalle onde d’urto di ciclopici TIR rombanti che nel sorpassarmi, per ripicca di dover fare questa scomoda manovra, ti asfissiano con la mefitica nuvola nera degli scarichi,  per pochi millimetri non sono stato smerigliato da bus troppo larghi per le nostre viuzze, vituperato da pedoni imbufaliti perché sui marciapiedi non si passa per colpa dei ciclisti maleducati e, dulcis in fundo, mi sono pure cuccato sul grugno una multa perché non trillava il campanello arrugginito, anche se, a memoria di porco, non s’è mai saputo che qualcuno lo abbia usato. L’unico luogo dove si può andare senza pericolo di lasciarci la cotenna é in Piazza, ma lì si é sempre circolato tranquillamente anche prima che fossero costruite queste, cosiddette, piste ciclabili».

Dovetti ancora una volta interrompere il maiale, annotando mentalmente il nome della razza. Avrei evitato di acquistarne altri simili, troppo linguacciuti. «Insomma ho capito, da quello che hai detto pare che andare in bici in città sia un un calvario. Di più, un vero inferno. Quasi un’istigazione al suicidio». «Proprio così – m’interruppe il porcello -, tant’é vero che passando accanto al macello sono stato tentato di entrare ed immolarmi sul ceppo, martire e monito per le generazioni suine a venire. Sono rimasto talmente traumatizzato che ho rinunciato alla mia scappatella sessuale (tanto sarebbe stata una porcata!) e ho deciso di tornare, ma non é stato facile. Solo facendo gimkane da circo e slalom alla Tomba (Dio che cognome raggelante per noi porcelli!) sono riuscito a portare a casa la cotica, senza sbattere il musotto, ma con diverse escoriazioni agli zamponi e l’ appiattimento del culatello. Mai più. Accidenti a me che credo ancora agli uomini! Sulla via del ritorno, angosciato, mi sono chiesto: ma allora tutti questi smembramenti delle strade sono serviti solo a penalizzare gli automobilisti visto che in bicicletta si girava meglio prima! Almeno avessero favorito loro, macché! Proprio l’esatto contrario, mah!».

Mentre finiva di grufolare il suo racconto, il maialino entrava zompettando nel recinto melmoso salutato festosamente dalla sue porcelline e, inchiavardando il catenaccio, m’é venuto naturale pensare che effettivamente tutti quei quattrini spesi in fine sono serviti, oltre che aumentare il fatturato delle multe per divieto di sosta, ad acuire malcontento e disagio. Nessuna delle parti interessate, automobilisti, ciclisti o pedoni, ovvero i cittadini ne hanno avuto beneficio. Certo che sarebbe bello svegliarsi un mattino e vedere che lassù, nei piani alti, hanno deciso finalmente di favorire o gli uni o gli altri, con opere mirate e intelligenti e regole chiare e semplici. Prima o poi dovranno pur decidersi, non potranno continuare in eterno a spruzzare il diavolo con l’acqua santa!

Amazzonia Story – Testimonianza fotografica di un viaggio a Manaus

agosto 20th, 2011 § Lascia un commento

Viaggio effettuato dal 2 al 7 gennaio 1987

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Pelo e contropelo

agosto 9th, 2011 § Lascia un commento

«Buongiorno, come stai?».
«Di merda!».
«Tanto per cambiare! Perché mai poi, mangiato pesante?».
«No, no. E’ che adesso invece di farmi la barba dovrei scrivere subito qualcosa».
«Perché adesso?».
«Perché al mattino dovrei scrivere appena sveglio, i pensieri schizzano fuori da soli come pus da un foruncolo maturo».
«Già, mentre quelli che non cristallizzi evaporano subito. Tu cosa fai per richiamarli, bevi?».
«No».
«Uhm, è un problema. Allora come fai a scrivere, cosa racconti?».
«Racconto cazzate. Quelle che mi vengono per prime».
«Tanti scrivono cazzate, perché dovrebbero leggere le tue?».
«Perché non si capisce cosa significano».
«Che vuol dire?».
«Vuol dire che la gente legge quello che non capisce, perché quello che capisce lo sa già di suo e non perde tempo a leggere stronzate che già conosce».
«Che merda di ragionamento sarebbe, ti sei bevuto il cervello? Vorresti dire che la gente spende quattrini per comprare libri e non capire un cazzo di quello che legge?».
«Esatto, la stragrande maggioranza fa questo».
«Non ci credo, adesso sono tutti tanto deficienti da non capire quello che uno stronzo di scrittore vuol dire».
«Ma è chiaro che c’è chi potrebbe capire, però questi non leggono”.
«Ma dai, non dire scemenze, per quale motivo non lo fanno?».
«Perché fanno cose molto più interessanti».
«Sarebbe a dire?».
«Vivono».
«Ah, allora tutti quelli che hanno riempito le librerie di capolavori l’avrebbero fatto per un mondo di deficienti?».
«Capolavori? Cazzate. Chi ha iniziato a scrivere pensando di creare un capolavoro è un pazzo. Chi decide che la tal opera è un capolavoro è un pazzo e anche stronzo».
«Però è quasi sempre il consenso del pubblico a decretare se si tratta di un capolavoro».
«Il pubblico è pilotato, fosse lasciato solo neanche saprebbe cosa leggere».
«Allora perché gli scrittori scrivono?».
«Scrivono per ammazzare il tempo, perché incapaci di fare altro nella vita. Così pensano di essere vivi e non di essere capitati qua per sbaglio».
«Non credo che tutti gli scrittori siano degli incapaci».
«No, ci sono anche quelli bravi, di solito ubriaconi o drogati. Rottami umani, rifiuti della società».
«Già la teoria che solo nella sofferenza vi sia l’arte. Non ti sembra un po’ desueta? Mi risulta che ci siano ben altre categorie di scrittori…»
«Bè c’è chi scrive per mangiare. Lo fa di mestiere. Ma quelli non sono scrittori».
«Ah no? E cosa sarebbero?».
«Comune manovalanza. Facchini della penna. Mestieranti insomma. Gente che usa tecniche, nuove tecnologie, squallidi trucchetti. A leggerli ti sembrano dei fenomeni, invece giocano sporco. E’ così in tutti i settori della vita. In questo nostro sistema chi diventa celebre o riesce a far quattrini, ma tanti quattrini, significa che ha barato, che ha fregato mezzo mondo».
«Come sarebbe?”.
«Sarebbe che ha frodato, perché onestamente i quattrini non si fanno. In questo sistema è impossibile. Bisogna rubare, fare qualche culo. O leccarlo».
«Ma dai, tu allora?».
«Io cosa?».
«Tu stai scrivendo».
«Sì, ma io i quattrini mica li faccio. Li ho sempre solo spesi. Scrivo per hobby».
«Allora come hai fatto?».
«A far che?».
«Ad arrivare fin qui a questo livello. Vivi bene no?».
«Dipende cosa intendi per bene. Sopravvivo, niente di più».
«Ma dai insomma, non te la passi male, hai casa, cambi spesso macchina, viaggi molto, le donne non ti mancano…».
«Piano piano, troppa grazia. Sono tutte cose che capitano».
«Che significa capitano?».
«Vivendo, nel tentativo di sopravvivere te le ritrovi lì. Ma i soldi, quelli veri, sono tutta un’altra storia».
«In che senso?».
«Sei gnocco eh? Nel senso che ti ho già detto prima. Lavorando onestamente, il che vuol dire faticare per fabbricare o commerciare qualcosa, o spaccarsi il petto con la terra, non diventerai mai ricco. Scordatelo!».
«Perché secondo te è così importante esserlo?».
«Che razza di domanda stronza è questa? I soldi servono per vivere, più ce n’è più si vive bene. Coi soldi puoi comprare quello che vuoi. Una casa, una fuoriserie, un Dupont d’oro, una mountain bike in carbonio, puoi mangiare tartufo tutti i giorni e scopare una figa tutte le sere. Se ce la fai con l’uccello. Puoi anche ruttare e scoreggiarle in faccia che lei non fa una piega, se hai tanti soldi».
«Niente famiglia, matrimonio, figli o cose del genere?».
« Certo che sì, se vuoi impiccarti, padronissimo di farlo. Lo vuoi capire che coi soldi puoi fare il cazzo che ti pare?».
«Allora tutti gli altri, quelli che si sposano facendo il mutuo sono dei coglioni?».
«No. Dei poveri infelici candidati al suicidio”.
«Ma dai, non è una cosa così tragica! Anche la famiglia e i figli sono un valore. La molla che ha fatto girare la ruota finora…».
Al materializzarsi di quest’ultima immagine non ce la feci più e aprii al massimo il rubinetto dell’acqua calda.
Era ancora piuttosto freddo e il vapore annebbiò in pochi secondi lo specchio del bagno offuscando fino a far sparire quella faccia da imbecille col bilama in mano che mi aveva sottoposto a questa specie di fottutissimo terzo grado al mattino appena sveglio.
Mi sciacquai i residui di schiuma e mi asciugai con leggeri colpetti della tovaglia.
Serrai bene il rubinetto, con quello che costa il gas meglio evitare gli sprechi.
Chiusi la porta del bagno e entrai nello studio, mi sedetti e pigiai il tastino On del computer.
Appoggiai le dita alla tastiera, un’altra giornata inutile stava per cominciare.

Passi Svizzeri 2011, il tour dei ghiacciai

luglio 23rd, 2011 § Lascia un commento

Cinque centauri per cinque giorni in uno dei mototour più avvincenti che si possano fare sulle Alpi. Quelle vere, quelle alte, quelle svizzere. Arricchite dalle ascese dei passi alpini più alti di casa nostra, che non sono certo da meno.

Una cavalcata che prevede scollinamenti di passi maestosi quasi tutti oltre i duemila, quasi tutti con ghiacciao annesso. Tutti purtroppo molto “impoveriti” e in alcuni casi addirittura quasi scomparsi, svuotati al punto da mostrare solo i resti di quelli che solo poche decine d’anni fa erano imponenti fiumi di ghiaccio.

Su cosa questo possa significare per il pianeta non è mia intenzione esprimermi, perchè già troppo si è detto sul surriscaldamento globale ma, a mio parere, ben poco si è fatto o si poteva fare, a seconda dei punti di vista.

Sarà il futuro a dirlo, un futuro che mi auguro sia diverso dal momento storico che stiamo attraversando carico di inquietanti interrogativi che allo stato attuale non lasciano intravedere facili e rapide soluzioni. Resta però, anche se leggermente offuscato da questa angoscia, il fascino primordiale e sempre stupefacente della grandiosità e della bellezza di questa opera insuperata della natura.

Questo giro, già fatto diverse volte, è ormai diventato un classico e periodicamente ritorna la voglia di rifarlo. Quest’anno eravamo in cinque: io, Roberto Reggiani, Alberto Lazzarini, Massimo Cenci e Claudio Corvini. Un gruppetto ristretto ma molto affiatato. E’ stata ancora una volta un’esperienza bellissima, senza il minimo problema, di pura emozione motociclistica lungo cinque giornate di sole stupendo, un pò fresche in quota, ma dalla trasparenza cristallina. 

Un viaggio che alcuni di noi non voleva che avesse mai fine, al punto che, al rientro, siamo stati tentati più di una volta di invertire la marcia e tornare lassù, dove il cielo è più blu.

Come sempre i luoghi e i paesi toccati sono menzionati nel video.

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Presentazione del mio ultimo libro

luglio 15th, 2011 § Lascia un commento

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Una diabolica storia di chat

giugno 11th, 2011 § Lascia un commento

Tempo fa salii su in solaio dove tengo il quadro e, mentre ero intento a guardare quanto fossero corrotti e degenerati l’espressione e l’aspetto del soggetto in esso raffigurato, un’orribile zaffata dall’inconfondibile odore di zolfo colpì violentemente le mie narici. Quella visita poco gradita non era del tutto inaspettata perché erano da poco cambiate le regole e ora, trascorso il periodo di adattamento iniziale di circa due secoli, i contratti andavano rinnovati con scadenza annuale. Anche un’azienda super solida e tradizionalista come la INFERI S.p.A. si era dovuta adeguare al cambiamento dovuto alla globalizzazione considerando anche che nei periodi di recessione i rischi d’insolvenza aumentano esponenzialmente. L’amministratore delegato Satan Ass era corso ai ripari e aveva disposto che alla scadenza annuale un incaricato andasse dal cliente per rifare il contrattino. In fin dei conti non era che una semplice formalità, ma necessaria per tenere sotto controllo la situazione nei gironi, che già erano incasinati di loro.
Scalpitando con gli zoccoli sul lastricato e sputacchiando alcune scintille che gli erano indebitamente rimaste in gola, il solito demonio, l’amico Asmodeo, mi si parò davanti trafelato spetazzando mefitiche esalazioni e dopo avermi salutato fin troppo calorosamente, si soffermò anche lui ad osservare il dipinto.
“Ammazza che zozzeria! Guarda che razza di bruttura rivoltante saresti adesso se non avessimo fatto il nostro patto!”
Nei doveri dei diavoli, per quanto ne so, non rientra l’ironia. Avrei volentieri fatto a meno di questo suo sarcasmo “satanico”. Anche perché aveva perfettamente ragione, il tizio raffigurato sulla tela stava diventando veramente inguardabile. E dire che era il mio di ritratto! Non avessi venduto l’anima al diavolo sarei diventato proprio una vera schifezza d’uomo.
 “Lascia perdere – risposi –. Non occorre che tu faccia pubblicità al tuo fottutissimo prodotto. Non dimenticare che sono stato io a chiamarvi”.
 “Già, già, scusa, ma m’è scappata. Sai, ci sono molti pentiti ultimamente e il più delle volte cerco di sdrammatizzare un po’ con questa gente che vorrebbe tornare indietro. Poveri illusi!”
Passammo quindi ai convenevoli: come va e come non va, come sta la signora, dentro quale vulcano pensavano di andare in ferie, eccetera, eccetera.
Esauriti anche questi preamboli il demone sfoderò un foglio e inforcò – ehm, proprio così –  un paio d’occhialini per leggere, non prima di essersi vigorosamente stropicciato i gialli occhietti dalla luce cattiva.
 “Quanto stramaledetto smog laggiù, porco diavolo! Non ci vedo quasi più ormai… Devi mettere la firmetta qua”. Disse, incurante dell’involontaria bestemmia, porgendomi una vecchia cannetta col pennino intinto in un impressionante liquido rosso cupo, ma che sapevo essere comunissimo sangue di gallina.
Avrebbe dovuto essere il mio di sangue, ma dopo l’avvento di certe micidiali malattie, tutti gli uomini si erano giustamente rifiutati di manipolare arnesi e utensili non sterilizzati e quindi, per snellire la procedura, si era convenuto di usare come inchiostro quello proveniente dagli allevamenti di gallinacei.
Tanto ormai uffici e laboratori erano talmente oberati di lavoro che nessuno avrebbe potuto controllare la natura del plasma. E neanche erano adeguatamente attrezzati per farlo.
Con la penna a mezz’aria, mi fermai e gli dissi a “bruciapelo”: “Aspetta un momento, prima di firmare il rinnovo avrei una richiesta da farti”.
Mi guardò genuinamente sorpreso, ma dalla mia espressione capì subito che non si trattava di un reclamo.
“Di che si tratta, se posso…”
“Vorrei cambiare – dissi, dopo aver riflettuto un momento –. Invece dell’eterna giovinezza, vorrei una prestazione diversa. So che è possibile. Almeno per una volta”.
 “Sei sicuro di quello che fai? Guarda che poi il ritratto si bloccherà così com’è ed ad invecchiare sarai tu”.
 “Ci ho pensato a lungo e ho deciso. La cosa che voglio in cambio è talmente morbosa e intrigante da fugare ogni mio dubbio e da non lasciarmi scelta”.
 “Va bé, come non detto. Ti conosco e so che sarebbe inutile insistere. Spara, vediamo se rientra nelle cose fattibili”.
 “E’ semplice, vorrei il cuore di una ragazza. Nel senso sentimentale – mi affrettai ad aggiungere visto i soggetti con cui stavo trattando -. Vorrei che s’innamorasse ad un punto tale di me da poterne abusare in tutti i modi, per tutti i versi e con tutti i sensi. Come puoi vedere è una richiesta altrettanto immorale e corrotta, quindi non fare storie e vedi di modificare le clausole”.
 “Ok, ok, calma. E chi ha detto niente?” Il suo tono era tra lo spazientito e il risentito. Sbuffò e una puzza mefitica m’investì acre e pesante.
“Ma cosa hai mangiato, pantegane putrefatte? – gli dissi, girandomi da un lato nauseato –. Cerca di non respirarmi proprio in faccia, cazzo!”
Non parve neppure accorgersi del mio gesto di disgusto e come niente fosse mi chiese: “E chi sarebbe la fortunata? Devo saperlo, per chiedere il nullaosta”.
 “Per la verità – risposi – Non so mica chi è, e neppure come si chiama. Non so nemmeno se esiste davvero”.
Prima che la sua espressione da stranita divenisse commmiserevole, aggiunsi:
“E’ una ragazza, –  o perlomeno spero che lo sia – , conosciuta in chat. Odiosa come una merda di cane attaccata alle suole, ma che con la sua mitomania mi ha sbirillato. La voglio tra le mani in carne e ossa per farle certi lavoretti che ho in mente…”
 “Capisco – la luce di compatimento non era del tutto svanita dal suo satanico sguardo – Devo sentire giù cosa dice il boss. Dammi tutti i dati che hai”.
Così dicendo estrasse un telefonino di modello antiquatissimo con tutte le cifre e le lucine rosso fuoco e digitò furtivamente, quasi temesse che individuassi il numero.
Sai quanto importava a me di conoscere il numero di telefono di Belzebù!
 “Passami il capo – grugnì al microfono e, subito dopo, – trattasi di una variazione di contratto per un vecchio cliente”.
Qualche istante d’attesa e poi riprese, con tono assai più deferente, spiegando, papale papale, la mia richiesta. Mentre parlava mi lanciava occhiatacce sbilenche.
 “In quale chat vi sentite e che nick usa?” Chiese girandosi verso di me.
Glielo dissi e lui ripeté il nome. Rimase qualche secondo all’ascolto e il suo orribile viso si atteggiò dapprima in un’espressione incredula, poi beffardamente ironica ed infine con un ghigno sgangherato scoppiò a ridere: “Davvero? Ah ah ah!”
La sua risata non aveva niente di mefistofelico, era gioiosa, allegra, oserei dire quasi solare. Molto strano.
Non era un comportamento normale, non abbastanza demoniaco, qualcosa non andava per il giusto verso, d’improvviso era calata un’atmosfera ridanciana, cameratesca, che ci stava come i cavoli a merenda in una situazione del genere.
Si girò di nuovo verso di me e mi chiese: “E’ per caso una schizzata che asserisce d’essere un’attrice, si compiace d’essere ancora una tenera bambina viziata e gay, e ha il malvezzo di riempire il monitor di parentesi e punti esclamativi?”
Nonostante il caldo infernale mi sentii raggelare. Era un identik perfetto. Incazzato nero risposi: “Sì, è lei”.
Scoppiò in un’altra risataccia sguaiata e stavolta m’imbestialii sul serio: “Ma che cazzo hai da ridere, idiota cornuto?”
Lui aveva nel frattempo chiusa la comunicazione e senza curarsi del mio sbotto mi disse, con una calma, questa sì, mefistofelica: “Se proprio lo vuoi, tecnicamente la cosa è possibile. Però c’è un piccolo problema”.
Ero fuori di me.
“Adesso cominciate anche voialtri caproni mancati a rompere, neanche fossi in fila all’Ufficio del Catasto. Cosa c’è che non va nella mia richiesta?”
Non capivo il perché di quella gratuita e grassa ilarità e mi sentivo frustrato.
 “La tua “amica” caro mio, è una nostra vecchia conoscenza. Ci ha procurato più clienti lei della campagna pubblicitaria del 2001 su DemonTV – e, con una voce diventata improvvisamente neutra, proseguì – Se la vuoi tutta per te in cambio dell’anima, devi metterti in lista d’attesa e per tua informazione sappi che la fila è lunghissima e ci sarà da aspettare qualche millennio”.
Riprese a sogghignare sardonicamente quando continuò, dicendo: “La gentile signorina ne ha rincoglionito una cifra esagerata di bambacioni come te. Vuoi entrare anche tu in questo gironcino di coglioncelli?”
A queste parole il sangue mi andò alla testa, soprattutto pensando alle interminabili ore passate davanti alla tastiera, col torcicollo che mi tormentava, a sparare melensaggini con la zoccoletta cibernetica. Non ci vidi più dal nervoso, gli strappai di mano carta e penna e, con gli occhi che mi schizzavano dalle orbite per la rabbia, scarabocchiai inferocito la mia firma sul contratto. Quello con le vecchie condizioni.
Fanculo Internet e tutte quelle fottute chat piene di fottutissime stronze! Non aprirò mai più un socialnetwork per tutta l’eternità. Parola di Dorian Gray!

Un veloce ripasso, Verdon e Grandi Alpi

giugno 6th, 2011 § Lascia un commento

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Quando andavo a scuola non c’era cosa più odiosa di quella di dover ripassare le lezioni. Adesso invece, dopo un’infinità di anni, non c’è cosa più gradita di ripassare certi percorsi alpini a cavallo della fedele motocicletta. In questo caso specifico s’è trattato di un “ripasso” speciale, supportato da un nuovo gruppo di simpatici ragazzacci coi quali non ho tardato a legare e dai quali sono stato immediatamente contraccambiato.

Questione di pelle, penso. Anche se c’è da dire che i bikers, quelli veri dentro, si riconoscono alla prima annusata e a socializzare ci mettono niente, soprattutto se dotati di autoironia per sopportare le feroci  ”tagliate” tra gli appassionati di una marca e l’altra.

Questo tour, che si snodava su itinerari percorsi più volte su e giù per le “starpigne” Alpi Marittime francesi con epicentro il Gorge du Verdon per culminare con la scalata dei più alti passi della mitica Route des Grandes Alpes, prevedeva il rientro in patria attraverso il Piccolo San Bernardo, ma l’ultima tappa, col sopraggiungere di una maledetta perturbazione da nord ovest accompagnata da rovesci piuttosto consistenti, è stata giocoforza modificata col rientro dal Passo del Moncenisio il quale, tanto per gradire, proprio nello scollinamento, ci ha regalato pure una leggera nevicata. Poco male, tutto il resto del programma è stato rispettato e i giovani centauri, alcuni addirittura al loro esordio nei grandi viaggi, sono rincasati felici ed appagati. Appuntamento al prossimo “ripasso” quindi, le Alpi sono una materia della quale non ci si stanca mai di apprenderne altre lezioni. Magari c’è chi si fa rimandare a ottobre di proposito!

In questo ultimo giro ho scattato poche foto, ho preferito assaporare i paesaggi con tutti i sensi accesi. Ne ho tratto una piccola raccolta di slide e ve la regalo. Ripassatela con me. E’ il solito file di grandi dimensioni, ci vuole un pò a scaricarlo, abbiate pazienza…


PICCOLI CONSIGLI PER MOTOTURISTI

maggio 29th, 2011 § 2 commenti

Se state leggendo queste righe significa che, come me, siete degli appassionati delle due ruote, quelle a motore. Quelle a pedali richiedono attitudini psichiche particolari e un fisico che per i comuni mortali può essere solo “sognato”. Dopo anni e anni di cavalcate ho pensato di stilare una elementare lista di comportamenti su strada atti ad agevolare il flusso di marcia di gruppi di motard, più o meno numerosi. Si tratta di semplici suggerimenti dettati dall’esperienza personale – definirli consigli già mi pare troppo impegnativo – e l’ho fatto soprattutto per ricordamene io stesso. Visto che la memoria è così fallace.

Sono rivolti in particolare alla grande famiglia (in continua, virulenta crescita) dei mototuristi. Per tutti quei centauri cioè che hanno capito che viaggiare in lungo e in largo in sella alla fedele motocicletta è il modo più bello e più vero di conoscere il pianeta. E, forse, anche il più romantico.

Geneticamente il centauro è un solitario, ascolta pochi consigli e ama girovagare per gli affari suoi, spesso senza una meta precisa, godendo del piacere della guida puro e semplice. Tutti noi abbiamo attraversato questa fase e ne abbiamo goduto appieno le emozioni, ma ad un certo punto questo non ci appaga più e si cerca qualcosa di diverso, qualcosa che non sia il confronto, la disputa, l’esibizione.

Tutte cose che si trovano fin troppo facilmente nella vita quotidiana, si va invece in cerca di aggregazione, di spirito di corpo, di cameratismo. Perché il centauro sarà pure un solitario, ma l’uomo che è in lui è un animale sociale, nel branco si ritrova, si riconosce, si concede.

E se da un lato ognuno di noi quando chiude la visiera del casco entra in una dimensione totalmente diversa da quella in cui si trovava un istante prima, e davanti a sé ha il mondo, senza limiti, senza barriere, e il senso di libertà che si prova al primo rilascio della frizione è un’emozione impareggiabile, dall’altro lato si scopre quanto sia piacevole fermarsi sui passi dopo una lunga galoppata, togliersi il casco, cacciare i piedi sotto un tavolaccio rustico con un bicchiere di vino davanti e tutt’intorno una torma di compagnoni eccitati per l’adrenalina sparata su per i tornanti. Sono cose che non hanno prezzo.

In realtà non è proprio tutto così idilliaco, le barriere ci sono eccome, e si chiamano traffico, intemperie, strade  maltenute, pericoli in agguato e via dicendo. Così come nelle comitive non tutti sono simpaticoni e ci sono anche testine di vitello. Ma fa tutto parte del gioco, di questa “filosofia” di vita e bisogna accettarlo.

Così, nel tentativo non so quanto riuscito di agevolare la marcia di gruppo – più impegnativa di quanto possa sembrare -, ho buttato giù queste annotazioni che, tengo a ribadire, non sono regole ma semplici suggerimenti. Sono stati applicati e “collaudati” nei viaggi organizzati da me e funzionano. Osservali per quanto ti è possibile, non ti costa nulla e potrai contribuire a ridurre quelle perdite di tempo che potrebbero inficiare il pieno godimento del viaggio sulle amate due ruote.

CONSIGLI DI BASE

Premessa

I suggerimenti che seguono riguardano solo la parte su strada e non quella tecnico-meccanica, sono infatti rivolti ad una categoria di motociclisti esperti, con una lunga militanza alle spalle e ben preparati sotto il profilo tecnico. Questa categoria di centauri sa come mantenere in perfetta efficienza il mezzo meccanico, sottoponendolo a regolari tagliandi, controllando lo stato di usura dei pneumatici, i livelli dei lubrificanti, la tensione della catena, l’impianto frenante e via dicendo. In questa area non ho alcun suggerimento da dare perché un motociclista DOC cura la sua moto più e meglio della sua persona. A questo proposito non ho nulla da suggerire neppure riguardo all’abbigliamento, ai dispositivi di sicurezza, agli accessori, eccetera. Anche in questo caso un buon motociclista si sarà fatto le sue brave esperienze e sa come equipaggiarsi a dovere. Avrei solo un paio di cose da aggiungere sulla preparazione prima della partenza e sono esposte nel paragrafo che segue.

IN GARAGE

1) Se il viaggio in programma prevede alta o media montagna assicurati di mettere nel bauletto, oltre agli effetti personali, il giusto equipaggiamento. In altura si è soggetti ai climi più disparati e notevoli sbalzi di temperatura. Se disponi di abbigliamento a strati, porta con te l’imbottitura e i guanti invernali. In alta montagna è capitato più di una volta di incappare in tormente di neve a estate inoltrata.

2) Anche se il tuo abbigliamento è hightech e idrorepellente, non dimenticare la tuta antipioggia (la più pratica è quella a due pezzi), è l’unica che dà garanzie di tenuta in caso di pioggia battente e prolungata. Consiglio spiccio: trova posto per un paio di guanti da lavoro Pirelli in gomma, quando piove sul serio vale per i guanti hightech lo stesso discorso della tuta.

 LA PARTENZA

 3) Presentati alla partenza puntuale e col serbatoio pieno. E’ una forma di rispetto verso i compagni, è piuttosto seccante dover fermare un intero gruppo, magari sotto la canicola vestiti di tutto punto, per rifornire un singolo pigro.

 IMPORTANTE- Tieni presente che i rifornimenti di gruppo richiedono molto tempo anche in condizioni normali. In strade secondarie è pure possibile trovare solo piccole stazioni spesso dotate di una sola pompa.

 4) Nei viaggi ben organizzati alla partenza ti verrà consegnato un roadbook dotato di tutte le informazioni necessarie. E’ consigliabile piazzarlo in una posizione in cui sia visibile durante la marcia per sapere sempre dove ci si trova. Solitamente si piazza sulla borsa da serbatoio (quasi tutte dispongono della busta trasparente apposita). Se ne sei sprovvisto ripiegalo e mettilo al sicuro in una tasca. Sarà necessario consultarlo nel caso perda il contatto col gruppo, quindi fai molta attenzione a non perderlo.

 IMPORTANTE – Accanto all’arrivo di ogni tappa è stampato il nome dell’Hotel col relativo telefono. Memorizza questo numero se temi di perdere il roadbook. Ricorda che in montagna il ricorso al cellulare non dà garanzie di copertura.

5) Prima di ogni partenza di tappa azzera il contachilometri parziale e strada facendo controlla il chilometraggio. Nonostante piccole discrepanze tra il tuo strumento e il roadbook, questo ti permetterà di rilevare la tua posizione con una certa precisione.

 IMPORTANTE – Se perdi contatto col gruppo (su strade molto trafficate può succedere facilmente), rileva la tua posizione sul roadbook come descritto sopra e procedi ad andatura normale rimanendo rigorosamente sul percorsoIl ricongiungimento avverrà al primo stop del gruppo.

Nel caso tu abbia perso il roadbook o per qualsiasi altro motivo non ritieni di proseguire, fermati lungo il percorso in posizione visibile. No problem, qualcuno tornerà a recuperarti. Nella peggiore delle ipotesi, qualora tu sia finito fuori percorso e non sia stato recuperato, chiama un componente del gruppo. Se il cellulare non prende, raggiungi una postazione telefonica fissa e contatta l’Hotel del quale ti sarai  memorizzato il numero (o te ne sei dimenticato?)

IN MARCIA

6) Normalmente i percorsi evitano autostrade e/o superstrade per ragioni che i motociclisti ben conoscono. Quando però vi sono trasferimenti molto lunghi o sia necessario recuperare tempo, l’autostrada è l’alternativa migliore. Un male necessario. In autostrada è consigliabile rimanere entro i limiti di velocità. (Rischiare pesanti verbali per guadagnare un pugno di minuti non è previsto dal regolamento!) Tieni presente che in autostrada, causa la velocità e i sorpassi, la colonna tende ad allungarsi ed è facile perdersi di vista. E’ quindi necessario raggrupparsi in prossimità delle uscite segnalate nel roadbook o nelle vicinanze della stazione di servizio scelta per il rifornimento. In questi casi il capofila rallenterà sensibilmente segnalando così  l’intenzione di fermarsi. Non sorpassarlo!

7) Nelle strade normali procedi incolonnato e mantieni sempre il contatto visivo col compagno che ti precede e quello che ti segue. Nei bivi e nelle deviazioni usa la tecnica dell’elastico, fermandoti in vista e svoltando solo quando hai almeno un compagno alle spalle. Chi chiude la fila dovrà assicurarsi di essere l’ultimo.

8) Nei centri urbani procedi restando vicino ai compagni, anche appaiati quando la careggiata lo consente. All’estero, nelle file ferme presta attenzione a non sorpassare a destra, sono molto intransigenti su questa infrazione. Anche l’affiancamento a sinistra di un mezzo fermo va fatto molto lentamente e solo in certi casi. Ai semafori è bene raggrupparsi il più possibile. Oltrepassa il segnale verde solo se alle spalle hai almeno un compagno, altrimenti, (vedi punto 7) fermati ad aspettarlo. Chi ti precede, non vedendoti nello specchietto, rallenterà.

 IMPORTANTE – Nei centri urbani rispetta il limiti. Rallenta e fermati sempre quando un pedone attraversa sulle striscie, da noi si tollera di più ma all’estero è fondamentale.

9) Nei valichi montani, agli ingressi degli abitati e nei punti di interesse, qualora tu sia davanti, fermati per attendere il resto del gruppo. E’ doveroso. Sarà una buona occasione per togliere il casco, scambiare quattro chiacchiere e magari fumarsi una sigaretta. Se continui da solo fa attenzione a non perderti. Ricorda che si aspetta chi è rimasto indietro, non chi è davanti!

LE FERMATE

Nei viaggi di gruppo le esigenze sono le più disparate e si è cercato di “accorparle”, limitando le fermate a quelle necessarie. Ovviamente ti puoi fermare tutte le volte che ne hai bisogno, con l’unico limite di non recare disturbo agli altri.

 RIFORNIMENTI CARBURANTE

10) Nei viaggi con moto dall’autonomia diversa normalmente ci si ferma ogni 200 km. circa. Stazioni di servizio permettendo. In ogni caso, quando vai in riserva, avvisa il capofila. Alla prima stazione utile si fermerà.

11) Al distributore è buona norma rifornire tutte le moto, anche quelle che hanno maggiore autonomia. Altrimenti le fermate si moltiplicano, con conseguente perdita di tempo. Fanno eccezione le moto con grande autonomia (tipo il GS Adventure) che possono “saltare” un rifornimento. A patto che venga controllata la percorrenza rimasta che non deve essere inferiore ad un range di 200-220 km.

NECESSITA’ FISIOLOGICHE

12) Normalmente al mattino si parte colazionati. Sono previste: sosta caffè (a mattino inoltrato) soste sigaretta (per i nicodipendenti) sosta panino a pranzo e sosta merenda a metà pomeriggio. Salvo che ci si sia accordati prima per fermarci in un ristorante. Tieni comunque presente che una sosta pranzo porta via almeno due ore, più abbiocco digestivo (volgarmente detto picciona). In certe tipologie di viaggi questa opzione viene scartata quasi sempre per mancanza di tempo.

13) E’ sempre consigliabile svuotare la vescica ad ogni occasione di fermata. Ad ogni buon conto, se proprio ti scappa strada facendo, basta avvisare il capofila e al primo alberello o locale adatto ci fermeremo per fare pipì. Stesso discorso per i fumatori più incalliti.

 Per il resto, casco ben allacciato, fari accesi sempre e… gassss! Dove si può, of course. Buon viaggio.

SARDINIA 2011 – Mototour di maggio

maggio 12th, 2011 § 8 commenti

L’ultimo viaggio è sempre il più bello. Capita spesso di pensarla così, e spesso è pure vero. Ma nel caso della Sardegna è quasi una regola perché, escludendo la mondanità delle zone arcinote, riserva sempre nuove emozioni e sorprese.

In quest’ultima scorribanda su due ruote ne abbiamo avuto ancora una volta  conferma.

Superfluo perdere tempo in scontate descrizioni, nonostante l’impaccio dell’abbigliamento e i disagi tipici del motociclista sono riuscito a farne un video in cui le bellezze naturali ovviamente sono penalizzate. Ma credo possa interessare ugualmente chi ama viaggiare in moto (e non), per tutti gli altri c’è Mastercard. 

Voglio solo qui ricordare i “magnifici” nove partecipanti, oltre al sottoscritto. Tutti amici che voglio ringraziare per la loro compagnia. Nei titoli del filmato troverete i loro nomi. Buona visione.

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